VIAGGIO IN SIBERIA
Antonio De Bianchi e Elisa Sachespi, appassionati di storia e cultura russa, hanno lavorato insieme durante l’estate 2005 a bordo della nave Kronstadt lungo i fiumi e laghi russi.
Alla fine della stagione Antonio e Elisa decidono di fare un viaggio in Siberia, incuriositi dalle molteplici facce dell’immenso territorio russo.
Scopo del viaggio: Alla scoperta della BURIATIA

Il Racconto

Siamo partiti da Mosca in treno, dalla stazione Yaroslavskaya Vokzal. Un lungo viaggio che ci avrebbe portati in Siberia. La meta del viaggio, la Repubblica dei Buriati, è terra russa dalle radici mongole, situata a sud-est della Siberia, ivi compreso la parte occidentale del Lago Bajkal. Eravamo in due, io ed Elisa Sachespi, insegnante di lingua russa, studiosa appassionata della cultura, di lingua e delle etnie di questo affascinante paese. Il desiderio di conoscere cose nuove, di vedere terre e culture così lontane, ci ha spinti al di là di ogni aspettativa: questo racconto vuole presentare un mondo degno di ogni ammirazione e simpatia per la dimensione culturale e umana di questi popoli orientali.

Essendo un viaggiatore instancabile, ho proposto alla mia collega Elisa di fare un viaggio in Siberia, passando da Ekaterimburgo, negli Urali per arrivare poi sul Lago Bajkal. Così, abbiamo acquistato un biglietto del famoso treno Transiberiano che compie un percorso di 14.000 Km. da Mosca a Vladivostock, porto situato sul Pacifico. Merito delle ferrovie russe, il treno viaggia sempre con una puntualità incredibile, spaccando il minuto ad ogni arrivo e partenza. Ci sono tre classi sulla Transiberiana, il vagone letto di prima classe, scompartimento di lusso a due posti, il Coupè, scompartimento a quattro posti e la Plus Carte, specie di camerata viaggiante di passeggeri quasi ammucchiati su sedili-letto.

Un’esperienza unica, principalmente perché in questo lungo tragitto si ha la possibilità di conoscere gente delle etnie russe più disparate, eppur accomunata dalla gentilezza, cordialità e disponibilità nel dialogo e nelle informazioni, naturalmente aperta alla diversità e, così, allo straniero. Anche in quei frangenti di viaggio nulla è successo per caso, tanto da trovare le persone giuste al momento giusto, che ci hanno generosamente aiutato a scoprire questi luoghi così pieni di fascino e mistero. Ricordo soprattutto Aleksej, che ci ha indicato in modo tanto preciso ogni luogo di interesse da visitare nella Repubblica dei Buriati. Ricordo un armeno incontrato sul Lago Bajkal, il quale ci ha ospitati gentilmente nel suo café offrendoci da mangiare per i due giorni di permanenza. Poi ricordo la famiglia che abbiamo incontrato a Arshan, ospiti di quella casa che ci ha donato ogni conforto familiare possibile.

Partendo da Mosca, la prima tappa del nostro viaggio è stata la città di Ekaterimburgo situata negli Urali. Perché proprio Ekaterimburgo? Appassionati nondimeno della storia della Russia, volevamo visitare i luoghi dove i bolscevichi hanno assassinato e seppellito i corpi di Nicola II e di tutta la sua famiglia. Ecco quanto abbiamo visto.

A Ekaterimburgo abbiamo visitato la grande Cattedrale costruita sul luogo del delitto dello zar, nello stesso punto dove sorgeva la casa Epatev. Qui fu costruita una enorme Cattedrale con le statue della famiglia imperiale, in memoria dell'ultimo zar di Russia. Da cui il nome di Cattedrale sul Sangue Versato. Abbiamo anche voluto visitare il luogo di sepoltura a Ganina Jama, immerso in un folto bosco di abeti. Oggi qui sorge un grande complesso monasteriale, anch'esso eretto in memoria dello zar Nicola II. Il complesso conta 13 chiese e fu costruito in appena due anni, dal 2000 al 2002. La chiesa più importante è dedicata a Nicola II e fu costruita vicino alla fossa dove vennero trovati i resti mortali. In questo punto è stata eretta una croce ortodossa alta tre metri, dove i fedeli vengono a deporre fiori e a pregare ogni giorno. Le donne accedono indossando un drappo avvolto in vita e a capo coperto. Ciò secondo la più rigorosa norma ortodossa del monastero maschile che presiede il luogo sacro. Dentro la chiesa capeggia una grande icona, immagine consacrata dei membri della famiglia reale, recentemente santificata dal Patriarca della Chiesa Ortodossa. Nella penombra delle candele fioche abbiamo incontrato un monaco che ci ha spiegato tutta la storia della sequenza iconografica davanti ai nostri occhi. Abbiamo notato tra l'altro una scatola argentata con dentro una piccola croce e l’anello appartenuti a Nicola II. Abbiamo chiesto come mai quella croce prediletta dallo zar si trovasse lì, giacché sapevamo che i gioielli trovati sui corpi cadaveri dei familiari erano stati rubati dai bolscevichi. Il monaco sosteneva che quei pezzi erano stati donati al Patriarca di Russia per mano di una vecchietta lontana parente di uno degli assassini. A proposito, vogliamo rammentare che durante l'esecuzione di Nicola II e della la sua famiglia il plotone che sparava all'impazzata si meravigliava del fatto che essi non morissero immediatamente. Fu scoperto che i proiettili non entravano nei corpi in quanto essi erano avvolti da sacche di gioielli che i reali stessi si erano distribuiti sotto i vestiti. Fu, così, la mano accanita degli stessi soldati a infliggere gli ultimi colpi mortali sui corpi dilaniati con le baionette.


Lo zarievich, erede al trono, bambino emofiliaco, varie volte curato da Rusputin, fu l'ultimo a morire, finito con colpi di pistola alla testa da Nikulin, uno degli esecutori, che a sua volta fu fatto assassinare da Lenin per eliminare gli scomodi testimoni del fatto. Si dice che i corpi dello zarievich e della sorella Marija non furono mai ritrovati. Rimane il fatto che la rivisitazione religiosa degli ultimi Romanov, partita su volontà del presidente Eltsin, abbia suscitato una calorosa affezione popolare. Dal canto loro, i russi dimostrano ancora una volta lo scarso interesse verso i fatti della storia al cospetto della tragedia umana. Gli zar hanno finalmente trovato pace nel cuore dei fedeli, si potrebbe dire. Ma è la storia a serrare le sue porte. La verità sulla morte rimane oscura nella già buia storia della Russia.

Il monaco incontrato a Ganina Jama pregava con un libro in mano. Lui stesso ci ha spiegato un fatto interessante. Com’era inevitabile, abbiamo chiesto dove furono realmente trovati i resti dei reali di Russia, visto che fuori della chiesa c'erano varie buche dove si poteva supporre altrettante verità diverse. Ebbene, con nostra grande sorpresa ascoltavamo quel monaco che asseriva quanto fosse difficile stabilire se e quando furono trovati i resti della famiglia reale. Non fu trovato niente da nessuna parte, o niente, come taluni sostengono, fu fatto trovare. Ecco una versione. Al momento dell’orrendo sterminio, i corpi trucidati, dopo essere stati spogliati di tutti i diamanti e gioielli che li proteggevano, furono bruciati con acido muriatico e benzina; quello che ne rimase venne caricato su un camion e fatto spargere lungo la foresta di abeti Ganina Jama. Dopo 90 anni dall'accaduto, crediamo ben poco sia rimasto.

Ekaterimburgo è una città che vuole seguire in fretta il passo della modernità. La statua di Lenin, come dappertutto in Russia, impera intanto nella piazza principale, Plochad Pobed. Ci siamo alloggiati in un tipico albergo obshezhitie, molto modesto, ma in un’atmosfera che ci faceva rivivere i tempi dei Soviet. Durante la nostra escursione cittadina, abbiamo avuto occasione di incrociare una manifestazione comunista, dove un vigoroso oratore distraeva a malapena un piccolissimo gruppo di passanti. Questo sta a testimoniare con quanto scarso interesse la Russia di oggi segue le ideologie comuniste. Abbiamo anche visitato un divertente vernissage tipicamente russo, si tratta di una fiera di bancarelle dove si trova di tutto, principalmente l’artigianato degli Urali, quadri e antiquariato, ma soprattutto la più fantasiosa varietà di pietre lavorate. Gli Urali costituiscono non a caso una tra le riserve minerarie più ricche dell’intera Russia.

Da Ekaterimburgo abbiamo ripreso la Transiberiana con destinazione Irkutsk. Ancora tre giorni di viaggio per arrivare finalmente nella Repubblica dei Buriati.

Nel corso dei miei viaggi precedenti ho visto delle cose meravigliose di questa terra, ho vissuto tra gli indios dell’ Amazonas, tra i neri dell’ Africa e tra gli esquimesi della Groenlandia. Adesso ho avuto l’onore di vivere tra i buriati della Russia mongola. Tutte queste popolazioni hanno una cosa in comune, siano essi africani, indios o buriati, vivono con semplicità e talvolta con niente. Eppure sanno sorridere, sanno essere dolci, sanno raccontare storie semplici, sanno mangiare cibo naturale, sanno pregare un Dio misericordioso che li aiuta, sanno guardare la natura che li circonda, sanno nascere, crescere, vivere e morire essendo solo e semplicemente essere umani. Coloro che vivono nelle grandi città, tra le frenesie del quotidiano, lo smog del traffico, la corsa al benessere e alla moda, le tasse che gravano e i litigi familiari per futili motivi, dovrebbero venire a disintossicarsi da questi mali proprio qui, tra le praterie della Repubblica dei Buriati, dove la gente ti saluta per strada e ti dà il benvenuto nel suo paese, offrendoti una tazza di tè e marmellata alle bacche in segno di pura amicizia.

Abbiamo conosciuto un luogo incantato nella Repubblica dei Buriati; fisicamente, questo posto si trova in Russia ai confini con la Mongolia. Ad Arshan, piccolo villaggio dalle casette tutte in legno, si ha la sensazione di vivere in epoca remota anche se all’interno di ogni casa i bambini giocano con il computer, c’è la luce elettrica, la famosa stufa russa per il riscaldamento a legna e naturalmente il telefono. Seppur modestamente, ogni famiglia vive felice, i vicini si aiutano tra di loro e i vecchi sono rispettati dai giovani. Di notte c’è il buio totale perché per lungo le strade non esiste illuminazione. In questo villaggio rurale c’è un ufficio postale e qualche stalovaja, specie di mensa o piccola trattoria dove si mangia il piatto tipico buriatico, i posy, ravioloni di carne serviti nel loro brodo.

Dal Lago Bajkal abbiamo percorso in taxi 220 Km. per arrivare a Arshan. Lungo il tragitto, il paesaggio di bellezza e vastità inattese, offre tutta la varietà della sua natura, si passa dai boschi di betulle, abeti, pini e tanti altri tipi di alberi, alle praterie più distese, con le montagne in lontananza, come se ci avvertissero di un mondo misterioso ancora vergine. Le vette di 3.000 mt, incredibilmente, sono rimaste inesplorate dall’uomo. Sajan, nome mongolo di questa catena montuosa, è anche il Dio protettore di tante persone che portano questo nome come presagio di fortuna nella vita terrena.

Arrivati al villaggio, abbiamo cercato un posto dove alloggiare. Con l’aiuto del nostro tassista ci siamo messi a cercare una famiglia buriata che ci potesse dare ospitalità in un’atmosfera domestica, ma soprattutto tipica. Quello era il nostro desiderio; vivere, respirare e sorridere con i buriati, come se fossimo di loro. Abbiamo incontrato anche molti russi che ci avrebbero dato gentile ospitalità, persone gradevolissime che ci hanno offerto la loro casa, ma noi fremevamo all’idea di essere ospitati dagli indigeni del posto. Infine, abbiamo trovato le persone che cercavamo.

Una donna di nome Sajana come le montagne, purezza di vita e di cordialità, madre felice di due figli, Veronique di 15 anni e Sajan di 9. Mamma Sajana è una donna dai modi gentili, dal sorriso aperto. Ci ha offerto la sua casa, accogliente, dai letti piccoli, senza servizi all’interno. Quel posto era circondato da magia, le casette in legno, il gabinetto fuori e la sauna. Si è premurata di preparare la sauna e così abbiamo potuto godere un bagno caldo dopo 5 giorni di viaggio pressoché ininterrotto. La figlia Veronique, graziosa ragazza dal volto rotondo e dagli occhi a mandorla, sembrava un battufolo di cotone, tanto era graziosa e pulita. Sajan, il piccolo maschio, era il nostro preferito. Sembrava un cinesino dal sorriso largo, dalla voce un pò rauca, un pozzo di simpatia di cui ci siamo completamente innamorati. Era bello insieme a mamma Sajana e ai suoi figli. Papà Sajan non si sa che fine abbia fatto; abbiamo visto alcune foto, ma nessuno voleva parlare di lui. Come se fosse esistito solo per la procreazione. Nulla di papà Sajan, ma anche noi non ci siamo incuriositi più di tanto. Quella era diventata per due giorni anche la nostra famiglia e ne eravamo felici al punto da aver dimenticato il nostro mondo occidentale. Un’ebbrezza di beatitudine inconsueta, un raptus nel mondo magico di questo villaggio remoto, un piccolo intervallo di esistenza che ci rendeva sempre più consapevoli di quanto la vita valga la pena di essere vissuta così come la desideriamo noi. In quel momento, come nel momento in cui sto scrivendo questo racconto, ero preso da un senso irreale di dolcezza verso il prossimo, contaminati benevolmente dalla famiglia Sajan, io e Elisa eravamo diventati uno di loro. E proprio mentre sto scrivendo queste parole mi viene il magone in gola, sento la mancanza di quel luogo incantato, dell’ossigeno puro che si respirava mentre camminavo con Veronique tra i boschi.

Sì, Elisa è d’accordo con me nel descrivere questo luogo come un piccolo paradiso incantato, e insieme vogliamo narrare questo viaggio per regalarlo a chi come noi cerca di penetrare nuovi orizzonti, scoprire i segreti delle etnie, le razze meravigliose che compongono la varietà degli essere umani su questa terra.

Arshan. Non avrei mai immaginato che esistesse un luogo così pieno di purezza nel mondo egoistico e pungente in cui viviamo. Immensi boschi a perdita d’occhio fanno da cornice a questo villaggio. In lontananza si vedono le praterie, anch’esse immense, dove i buriati allevano cavalli e bestiame e nelle giornate di festa si lanciano con i loro cavalli nelle corse in costume buriato. Nel mese di giugno, c’è il raduno annuale del popolo buriato per la festa nazionale. Tutti si vestono con costumi tipici e montano sui carri trainati da cavalli di razza. Ci si esibisce in varie gare di destrezza dove il cavallo è sempre il protagonista principale. Ogni buriato, piccolo o grande che sia, sa cavalcare, anche i vecchi amano cavalcare in questa giornata di festa.

I buriati sono di fede buddista. Si vedono tempi buddisti qua e là, dove il rispetto per la natura è sacro, il diritto alla preghiera è doveroso per la purificazione dell’anima, la saggezza del saper vivere e del dare senza aspettare di ricevere, queste sono leggi naturali dell’uomo sapiens, seguite con generosa spontaneità dai buriati.

Veronique ci racconta che non lontano dal paese esiste un tempio buddista molto importante. La nostra curiosità non ha limiti, per cui abbiamo subito accettato l’invito a visitare il tempio. Non avevamo un mezzo di trasporto e così siamo andati a piedi, camminando attraverso i boschi per arrivare finalmente al tempio locale, incastonato nel folto verde di una vale. Eravamo proprio ai piedi della montagna sacra che porta il nome “Picco dell’Amore”. Davanti al tempio, Veronique ci istruiva su come pregano i buddisti, e anche noi abbiamo rivolto un pensiero di pace mentre seguivamo i riti obbligatori. Eravamo avvolti nel silenzio più assoluto; cadeva una leggera pioggia mentre immobili guardavamo tutt’intorno quel luogo lontano e misterioso. Eravamo fieri di essere lì, dopo aver percorso migliaia di chilometri ci rendevamo conto che la felicità non ha confini, la bellezza dei paesaggi è immensa e potente, il sacro e il naturale si infondono dentro di noi con il rispetto per la vita, il senso della purezza, il perdono, l’amore… Tutto intorno a noi ci faceva riflettere come una purificazione divina, un viaggio nel bene all’interno dell’uomo.

Il cielo buriatico all’imbrunire colorava di un rosso fuoco il paesaggio delle praterie, dove i bimbi giocavano liberamente con i vitelli. Elisa impazziva di gioia a vedere i bambini correre sui prati e tirare la coda ai vitellini. Ci siamo fermati per salutarli, essi sono corsi intorno a noi vivaci, rispondendo alle nostre domande in un perfetto russo. Rapiti dall’incontro con quei bimbi, accarezzavamo minuziosamente i loro volti fino al tenero addio; non volevamo lasciarli, avremmo voluto portarli con noi, ma essi sono felici lì nella loro terra, con le loro origini e tradizioni.

Abbiamo visitato anche Zhemchug, una piccolissima località termale, molto rudimentale e allo stesso tempo attraente, con la pioggia di zampilli d’acqua calda sulfurea che cadeva leggera nella piscina. Non abbiamo esitato a spogliarci e a fare un bagno caldo, era una occasione più unica che rara in quella piscina a cielo aperto. Si pagava 30 Rubli, riscossi con un sorriso da una ragazza buriata che gentilmente acconsentiva a farci fare il bagno pur senza costume. Appena immersi in quella piccola piscina di acqua calda naturale, gli zampilli che cadevano sul corpo, l’aria pura, il cielo che toccava terra, il fiume placido a pochi metri, il sipario delle montagne brunite, le steppe a perdita d’occhio… sembrava di depurare ogni peso accumulato nel percorso della vita. Una moltitudine di sensazioni magiche percorre questi luoghi, una liberazione trasparente da ogni macchia, la purificazione totale del corpo e dell’anima, si ritorna lindi come se fossimo appena nati.

Arshan luogo incantato. Un passato che ritorna nei tipici volti rugosi delle anziane contadine, gentili babushke venditrici di erbe varie, tisane per la salute, che non abbiamo esitato a comprare.

Non posso fare a meno di menzionare ancora mamma Sajana, che ci ha ospitati nella sua casa, ci ha preparato da mangiare il prelibato pesce del Bajkal omul. In quella casa, ogni gesto dei bambini, ogni parola degli adulti era un atto d´amore verso l´ospite, una benedizione di Budda. Qui abbiamo trovato anche un’anziana signora dai modi cortesi; buriata anch’essa, parlava un russo perfetto da fare invidia al più erudito moscovita. Ci ha insegnato alcune parole in lingua buriata e alla nostra richiesta di mostrarci alcune lettere dell’alfabeto, con nostra estrema curiosità abbiamo visto che non era altro che l’alfabeto cirillico russo, anche se la lingua in sé era totalmente diversa. È una lingua di origine mongola, di conseguenza con sintassi e fonetica diverse dal russo. Questo fatto provava che, prima di Stalin, in Buriatia, come tra le altre popolazioni successivamente russificate, non esisteva un alfabeto scritto, bensì la tradizione della lingua solo parlata. Con l’alfabetizzazione imposta da Stalin negli anni ‘30, si è dato una forma scritta a questa lingua.

La capitale della Repubblica dei Buriati è Ulan Ude, con 1.000.000 di abitanti, una città dal volto moderno, che pur conserva le caratteristiche ancestrali del mondo mongolo. Mirabile l’artigianato buriatico principalmente per quanto riguarda la lavorazione di pietre pregiate e argento.

Ritornando indietro verso Irkutsk, ci siamo fermati ancora due giorni a Listvjanka, piccola località situata a Sud del Lago Bajkal, con la sua piazza del mercato dove si può assaggiare il famoso omul, pesce dal gusto delicato, da gustare affumicato, salato o cotto, a seconda dei gusti. La piazza del mercato è popolata fino al calar del sole da una gran varietà di venditori ambulanti, ordinati e discreti, con pietre lavorate di ogni tipo e gusto. Che dire delle ricchezze del suolo siberiano? I minerali, come altre materie prime, abbondano. Da ammirare la lazurite, simile al lapislazzulo, le tormaline, i quarzi, le nefriti verdi o le rare nefriti bianche, le malachiti, le acquamarine, fino alle più singolari pietre esclusivamente indigene dai colori viola, petrolio o screziate.

Elisa era incantata da questo mercato. Qui abbiamo incontrato un armeno, gestore di un cafè locale. Rafael, uomo distinto dal volto onesto. Ci ha invitato varie volte a mangiare i shashlik, spiedini armeni, una delizia da accompagnarsi con la birra locale. Da Listvjanka partono regolarmente i vaporetti per l’isola sacra di Olchon, tre ore di navigazione per arrivare in queste spiagge di arena bianchissima. In quest’isola vive anche una comunità di sciamani, casta di iniziati che hanno il dono di vedere gli spiriti e gli dei. La vastità del lago e le tinte rarefatte che si sprigionano dalle sue acque proiettano nell’anima dimensioni misteriose. Mentre le luci del giorno caricano di energia i sensi, di notte tutto si stempera nell’intimità del buio totale. L’elettricità non è arrivata sulla strada silenziosa di Listvjanka e sul vergine Bajkal si specchia a malapena la luna. Questo enorme bacino d’acqua dolce è tra i più grandi e profondi al mondo, nonché una perla ancora incontaminata.

Irkutsk, è una città situata a soli 60 Km dal Lago Bajkal, eppure contaminata da un traffico caotico e dallo smog, che fonde tratti antichi e moderni. La somatica della popolazione è un misto di Oriente e Occidente. Per gli intenditori di storia, a Irkutsk si possono vedere le schiere di antiche izba, case tipicamente costruite in legno intarsiato con l’effetto di una merlettatura decorativa sul tetto spiovente, dalle finestre, porte e balconi variopinti. Un capolavoro dei maestri d' ascia del tempo.

Nulla meglio di questa architettura lignea può riportarci indietro nel tempo, magari all’epoca in cui giunsero qui i primi esploratori russi. Si parla del XVI secolo, quando famosi pionieri, come Habarov o Stroganov, si inoltravano tra gli indigeni sfidando l’ignoto in questo immenso territorio. Fu questo l’inizio della colonizzazione Russa della Siberia, la cosiddetta conquista delle terre vergini, che dettero alla Russia nascente degli zar ricchezze di ogni genere. Siamo così agli albori di tenaci insediamenti delle popolazioni slave che si sono mescolate con le popolazioni locali, quali buriati, kiti, kuriaki, chukci e tante altre.

Di ritorno a Mosca, siamo di nuovo partiti con la Transiberiana per fermarci in una delle città più belle e moderne della Russia, Novosibirsk. Volevamo visitare questa città che tutti decantavano come centro universitario di punta e cantiere di modernità. Città effettivamente moderna, dalle strade larghe e pulite, con svariati teatri e negozi, una Milano siberiana, con la sola differenza che a Novosibirsk permane un fascino d’altri tempi. La vita piuttosto cara, gli stipendi, come al solito in Russia, non vanno oltre la media di 200 dollari al mese. Per la prima volta in Russia abbiamo visto le signore anziane a prelevare soldi nei Bancomat. È un segno evidente di come in questa città le cose stanno cambiando. Volevamo andare a teatro e al botteghino della metropolitana, agglomerato di vita commerciale, ci è stata consigliata la Filarmonica per uno spettacolo unico nel genere. Una orchestra tutta composta da strumenti a corda, che avrebbe suonato musiche tipicamente dalla tradizione russa. Non ci siamo fatti scappare questa occasione e abbiamo comprato i biglietti al modico prezzo di 150 Rubli (5 USD). Da non perdere anche l’altrettanto secondo Teatro dell’Opera, con repertori e artisti di massimo livello come è tradizione dovunque in Russia.

Anche a Novosibirsk abbiamo cercato un mercatino caratteristico dove ammirare l’artigianato locale.

Un viaggio all’insegna della cultura, alla scoperta di una Russia vera, un incontro con popolazioni meno conosciute, un’esperienza davvero unica, che abbiamo intenzione di ripetere non solo per rivedere i sorrisi di quei bambini nella lontana Arshan, ma per inoltrarci ancora più a Est, sempre più a Est. Vogliamo conoscere altre Repubbliche di origine mongola come il territorio della Jakutja e spingerci fino al Pacifico, là dove vivono gli esquimesi russi, i chukci, nella penisola della Kamchatka.

La Russia e lo stesso Occidente hanno dimenticato queste periferie tra Europa e Asia. I buriati e le altre popolazioni assimilate nel poderoso impero sovietico sono attualmente abbandonate a stesse, con i problemi sociali che ne derivano. Ma quanta gentilezza, signorilità, generosità discreta continuano ad accompagnare lo spirito di sopportazione dei buriati! Essi non hanno nulla e considerano un dono anche una visita e un sorriso. Sorprende ancor più vedere la benevolenza di questa gente nei confronti dei rari occidentali che capitano da queste parti; qui l’Occidente non è colpevolizzato, giacché le categorie mentali dei buriati sono ancora immuni da contaminazioni artificiali e privilegiano la dimensione dei rapporti umani. Noi abbiamo portato la nostra umanità occidentale, sapendo anche che essi non hanno bisogno di modernità, vivono felici nel loro ambiente naturale aspettando il sorgere del sole sorridendo, come i vecchi che muoiono sorridendo in quei villaggi sperduti della loro Buriatia.

Memorie di viaggio di Antonio e Elisa

I BURIATI

La Repubblica dei Buriati (Buriatja o Buriazia) è un paese alquanto vasto della Siberia Meridionale, che si estende a nord della Mongolia, sulle rive del lago Bajkal, con capitale Ulan Ude. Il suo territorio è disegnato dalle estese desertiche della zona orientale, nella provincia di Cita, dalle alte montagne Barguzin, ricche di sorgenti curative e famose per il "Giardino delle pietre", e dai territori boscosi sulle sponde del lago Bajkal, con le sue "sabbie che cantano". Il lago, dove si trova la sacra isola di Olchon, è la più grande riserva di acqua dolce del mondo e contiene all’incirca un quinto dell’acqua dolce esistente sulla terra; inoltre è lo specchio d’acqua continentale più profondo del pianeta, oltre i 1600 metri, è alimentato da ben 336 fiumi e fiumicelli e forma una mezzaluna lunga circa 640 kilometri. Delle 1700 specie indigene di piante e animali, 1200 sono uniche e includono un pesce chiamato golomjanka, che è viviparo, oltre al gustosissimo omul che si può gustare comprandolo direttamente dai pescatori sulle rive del lago. L’origine del popolo buriata si fa risalire ai secoli XI-XII, quale risultato della fusione di gruppi di cacciatori delle foreste del nord e gruppi di nomadi degli Altaj. Barga Bator è la figura leggendaria a capo di questi popoli.